L’illusione della scelta nucleare in Puglia durò meno di tre anni, dal 1980 al 20 marzo dell’82, quando circa 15mila persone scesero in piazza ad Avetrana, cambiando il corso degli eventi. A dar man forte ai manifestanti, tra i quali le donne e i bambini del paesino al confine delle province di Lecce e Taranto, intervenne anche l’arcivescovo di Oria, Armando Franco. «E’ un conflitto di opinioni - disse - tra il potere legale, significato dalle decisioni del governo regionale, e il potere reale, significato dal popolo che si esprime con l’opposizione e le manifestazioni di protesta». Monsignor Franco chiese un referendum per far esprimere le comunità locali. Da quel momento cominciò la ritirata.
Eppure, quelli, furono anni di grande effervescenza progettuale. Al vertice della regione c’era un salentino, Nicola Quarta, un democristiano atipico, deciso a perseguire la modernizzazione della Puglia. A guidare il Pci regionale c’era Massimo D’Alema, favorevole all’opzione nucleare e già impegnato nel dialogo con i democristiani. Il vice di Quarta era un socialista foggiano, Domenico Romano, favorevole anche lui. Erano gli anni della pianificazione e dell’entusiasmo regionalista. E la Puglia si pose alla guida del Mezzogiorno. Punto centrale di questa strategia il no alla centrale a carbone, l’opzione nucleare e un piano del governo tutto imperniato sulla sostituzione delle industrie di vecchia generazione con iniziative a più alto contenuto tecnologico. Nella regione si erano insediati studiosi come il fisico Aldo Romano e Gigetto Ferrara Mirenzi, esperto di programmazione.
di Tonio Tondo - Lagazzettadelmezzogiorno.it
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