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Il governo si regala la bisteccheria


L’avesse fatto un privato cittadino, di installare un enorme gazebo color crema, con tanto di tavoli e ombrelloni bianchi, paratoie di legno e lampioni, sopra una terrazza nel pieno centro storico di Roma, con affaccio su Piazza Colonna, in zona vincolata, probabilmente sarebbero arrivati i vigili urbani in un quarto d’ora a porre sotto sequestro la struttura. Invece, se il maltempo non avesse flagellato la Capitale nell’ultima settimana, il primo bar-bisteccheria en plein air della Presidenza del Consiglio dei ministri italiano, sarebbe già entrato in attività (la messa in esercizio dovrebbe slittare a questo venerdì).

Sul tetto della galleria Colonna, oggi intitolata ad Alberto Sordi, con ingresso al quinto piano del palazzo presidenziale di Largo Chigi 19, ben visibile anche da piazza Montecitorio, l’ultimo evidente spreco dei soldi dei contribuenti si affaccia in tutta la sua sfrontatezza.

L’accesso, dal quinto piano dello stabile governativo, avviene per adesso da una porticina che sembra essere l’ingresso di uno sgabuzzino cui è stata posta sopra la scritta "bar".


Tenendo conto della pianta dell’edificio, è giusto sopra uno degli ultimi sprechi della Presidenza, il nido aziendale
Qui, Quo, Qua, costato diverse migliaia di euro e ospitante, al momento, 3-4 bimbi (impiegati e funzionari della presidenza hanno un’età media piuttosto elevata, e figli un po’ più grandicelli).

Il
roof garden presidenziale si compone di un chiosco da spiaggia in legno chiaro e pedane di legno più scuro su cui sono poggiati tavoli, sedie e ombrelloni bianchi. La bizzarria del luogo, in stile nave da crociera con affaccio sul San Paolo in cima all’obelisco di Piazza Colonna (oltre che sulla facciata della Rinascente di Largo Chigi), si somma alla evidente inutilità dell’aver costruito con denaro pubblico una sorta di mensa vip che può essere fruibile esclusivamente nei mesi caldi dell’anno.

Appalti diretti e massima segretezza sugli esiti delle gare (che sempre più si traducono in affidamento diretto), fanno sì, inoltre, che il contribuente italiano non possa conoscere nè l’importo della spesa che ha dovuto sostenere, nè la fortunata ditta che ne ha beneficiato.


{affiliatetextads 1,,_plugin}Antonio Ragusa , che è il capo dipartimento delle Risorse Strumentali della Presidenza (quello che ha formalmente in mano i cordoni della borsa), non ha battuto ciglio sull’investimento, che d’altronde fa il paio con l’altra "mensa" della Presidenza, il cosiddetto "punto ristoro". Inaugurato nello scorso autunno all’interno dello stabile che fu delle Poste in via della Mercede 96 (50 metri da largo Chigi), avrebbe dovuto soddisfare nelle intenzioni il fabbisogno di dipendenti, funzionari e consulenti della Presidenza (un numero che si aggira sulle 4-5mila unità). Edificato di sana pianta al centro del cortile del palazzo ristrutturato, l’edificio si compone di due piani. Al primo, occupato in buona parte dall’altro nido aziendale, Cip e Ciop (altre migliaia di euro spesi, altri pochissimi bimbi), un’enorme immagine in vetro, a metà tra un cartellone pubblicitario luminoso 4x7 e la vetrata di una pizzeria, accoglie gli avventori, piazzati tutti al secondo piano, in una sala che ha meno di cento posti, un bancone per il bar, e una decina di schermi al plasma a decoro.

L’evidente sottodimensionamento della struttura l’ha da subito relegata a "punto ristoro", luogo che, tecnicamente, in una delle aree che al mondo ha più bar, ristoranti, pizzerie e caffè per chilometro quadrato, potrebbe di per sè definirsi inutile (i dipendenti della Presidenza hanno un buono pasto giornaliero da 7 euro, inchiodato a quella cifra da diverso tempo, ma pur sempre spendibile anche fuori dalle mura di via della Mercede).


Tra l’altro non è stato nemmeno semplice, alla Presidenza, abituarsi al nuovo punto di aggregazione per i pasti. All’inizio, infatti, mormorano voci di corridoio, i dipendenti del palazzo di via Po (sede distaccata, lontana circa 3 chilometri da via della Mercede), pareva ci mettessero un po’ troppo tempo per andare al "punto ristoro", ristorarsi, e tornare in ufficio. Per questo, sospettando che qualcuno ne approfittasse, fu messo un lettore di
badge alla cassa che contasse l’effettivo tempo di permanenza a tavola. Per un paio di settimane, raccontano, la vecchia mensa si svuotò. Poi fu tolto il lettore badge alla cassa del "punto ristoro". E il pubblico tornò.

Ovviamente anche questo appalto da diverse migliaia di euro l’anno è coperto da motivi di sicurezza. Si sà, però, che è gestito da una società che ha sede nella lontana periferia Est di Roma e che alla Camera di Commercio è registrata ancora con la dicitura "produzione di pasticceria fresca senza somministrazione".


Ma torniamo sulla terrazza della Galleria Sordi. Tra le doghe in legno delle pedane del
roof garden, ecco comparire le due lettere A. R. e l’anno 2010. Sono le stesse che compaiono incise sul primo scalino del “punto ristoro” di via della Mercede. I soliti malpensanti dicono che sono proprio le iniziali di Antonio Ragusa. Lui, riferiscono, ribatte invece trattarsi della più semplice dicitura "anno del restauro". Possiamo così ammettere che il 2010 è stato l’anno in cui la terrazza della Galleria Sordi gestita dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, è stata restaurata per farla somigliare a una nave da crociera.

di Eduardo Di Blasi - http://antefatto.ilcannocchiale.it/

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